(Dalla quarta di copertina) “Meggie adora i libri, come suo padre, Mo. Sarebbe felice di vivere finalmente tranquilla nella loro casa, ma un giorno uno straniero bussa alla loro porta e ancora una volta, come tante in passato, Mo inizia a fare i bagagli. Devono fuggire, nascondersi. Ma da cosa? Da chi? Presto il segreto sarà svelato: Mo, che con la voce ha la straordinaria capacità di infondere la vita nei libri, in una notte crudele osò leggere un libro arcano, Cuore d’Inchiostro, e un malvagio signore dal cuore nero, Capricorno, si liberò dai lacci delle parole per materializzarsi nel suo salotto. In quell’attimo fatale accadde anche qualcosa di più grave: la moglie di Mo scomparve per sempre tra le pagine del libro. Ora lo spietato capricorno cerca Mo lingua di fata per piegare il suo dono a perfidi scopi. Meggie si trova trascinata in un turbine di vicende in cui l’immaginazione diventa realtà…”

L’hanno definita la risposta tedesca a Harry Potter e sicuramente Cornelia Funke non ha niente da invidiare alla collega britannica.
Ho amato moltissimo le storie del maghetto, ma Cuore d’inchiostro ha una marcia in più: sarà per i caratteri dei personaggi delineati in modo più intimo, sarà perchè in questa storia i protagonisti sono persone che amano i libri, o per l’ironia che scorre parallelamente ai colpi di scena. O semplicemente è quel certo non so che, impossibile da definire, che avvolge tutto di una particolare magia e ti impedisce di chiudere il libro e spegnere la luce.

I folti boschi di castagni che coprono i crinali della Vallata del Santerno, costituiscono oltre che un pregio naturalistico anche un grande patrimonio culturale ed economico per le genti di quel territorio. Infatti, se oggi il marrone è uno dei prodotti più pregiati del nostro territorio, per molti secoli, la popolazione dell’Appennino basò la propria alimentazione quasi esclusivamente sulle castagne; proprio per questo il castagno veniva detto “albero del pane” e la castagna “pane dei poveri”. La sua coltivazione su larga scala ebbe inizio nel Medioevo, grazie alla contessa Matilde di Canossa che comprese quale grande sostegno essa sarebbe stata all’economia della montagna.
Questa pianta preziosa di cui si utilizza tutto, dai frutti al legno, può arrivare fino a 30 metri di altezza; ha il tronco grosso e la chioma tondeggiante con foglie larghe, lanceolate, con margini seghettati e nervature sporgenti. Il castagno si sviluppa molto lentamente e raggiunge il suo splendore vegetativo intorno ai 50 anni; per i primi frutti occorre attendere almeno 15 anni. Molte di queste pianti vivono oltre i mille anni,e invecchiando i tronchi assumono forme affascinanti, spesso antropomorfe che creano nel bosco un’atmosfera assai suggestiva.
La coltivazione del castagno non richiese particolari attenzioni: viene messo a dimora in primavera e la sua moltiplicazione è ottenuta attraverso polloni radicali o per innesto; durante la crescita sono sufficienti poche potature e l’asporto di rami secchi o malati.
Mentre oggi castagne e marroni vengono raccolti dal terreno quando i ricci maturi si aprono ed i frutti cadono giù, fino a qualche decennio fa si praticava la tecnica della sbattitura (”sbaddura”): la prima fase avveniva dopo ferragosto quando si eliminavano dal bosco con falce e accetta (”sterpadura”) rametti e sterpi che poi venivano bruciati. Il giorno di S. Michele si iniziava la sbattitura dei primi alberi durante la quale gli sbattitori (”sbaddur”) salivano sugli alti fusti aiutandosi con “e plek”, un’accetta a becco lungo utilizzata come artiglio e staggio; con pertiche di bambù che potevano arrivare fino ad otto metri battevano i rami facendo cadere a terra i ricci. Di sotto le raccoglitrici (”el  cuidòri”) prendevano i ricci con delle molle di legno (”el murdècci”) e li mettevano nei cesti (”e gurbèl”). Poi svuotavano i loro cesti in uno molto più grande (”la crèna”), posato sopra due assi, che veniva trascinata o portata a spalla da un ragazzo fino alla ricciaia (”l’artzéra”). Quando questa era piena veniva ricoperta di rami e felci affinchè i ricci macerassero ed il tannino in essi contenuto, penetrando nella buccia dei marroni, li conservasse. Verso i primi di novembre si disfavano le ricciaie e si raccoglievano i marroni; i migliori venivano venduti al mercato, gli scarti venivano fatti essiccare e se ne ricavava la farina.
La castagna ed il marrone avevano un ruolo fondamentale nell’alimentazione delle genti della nostra montagna; si mangiavano bollite, abbrustolite, “affogate” nel vino, ma veniva utilizzata soprattutto la farina con cui si preparavano il castagnaccio e la polenta. Questa spesso per i lunghi mesi invernali costituiva una delle poche pietenze consumate, arricchita magari da ricotta e miele per dare nutrimento soprattutto ai bambini. Ma non ci si dimenticava della castagna anche nei giorni di festa quando le donne preparavano i golosi i “cappellacci” o tortelli di castagne.

 
“Ovunque sarai e qualunque cosa stia accadendo nella tua vita, tutte le volte che ci sarà la luna piena tu cercala nel cielo…”

Così scrive Savannah a John per esorcizzare la distanza resa ancora più grande, oltre che dall’oceano che li divideva, anche dalla professione di lui, un militare, che lo portava lontano. Ma presto non sarà più la distanza geografica ad allontanarli, bensì semplicemente gli eventi della vita. E il fatto che - crescendo -  si cambia.
Ma l’amore, quello vero, quello grande, resta. E può portare a scelte drastiche come quella che prenderà John per assicurarsi la felità di Savannah.

Una poetica storia d’amore dei giorni nostri, delicata e commovente.

E’ naturale che un fenomeno storico e culturale come quello del tè (di questo in fin dei conti si tratta) abbia generato tutta una serie di oggetti ed attrezzi usati per la preparazione della bevanda. Fra tutti troneggia sua maestà la teiera. Il tè procede di pari passo con la storia dell’umanità: nel periodo in cui se ne diffuse l’uso il materiale più utilizzato per la cottura ed il consumo dei cibi era la creta, la terracotta. Nei primi secoli si utilizzavano solo pesanti ciotole, poi, con l’abitudine di preparare il tè in infusione, si rese necessario un’oggetto che contenesse la bevanda mantenendola calda a lungo. Nacquero così , verso il 1500, in Cina e successivamente in Giappone, le prime teiere e le prime ceramiche. In particolare si sviluppò una fiorente industria nella città cinese di Yixing, dove venivano prodotte le famose teiere di sabbia porpora (zisha) dal caratteristico colore rosso - marrone o verde; ancora oggi gli intenditori ritengono tali oggetti i migliori per l’infusione della bevanda poichè ne esaltano l’aroma.
Le prime teiere di porcellana dura giunsero in Europa, importate dagli olandesi, all’inizio del XVII sec. e costituirono una grande novità; prima si usavano, infatti, quasi esclusivamente boccali di peltro.
Fu solo nel 1670 che gli artigiani olandesi riuscirono a realizzare del vasellame simile, per materiali a quello orientale, ma non ancora resistente al calore come la porcellana cinese. Successivamente i ceramisti olandesi Elers importarono i loro prodotti in Inghilterra dando vita alla tradizione della  ceramica britannica.
In Occidente il consumo di tè aveva sì preso piede in ogni classe sociale, ma costituiva comunque uno status symbol dei ceti più elevati che ne facevano un’occasione mondana di sfoggio di accessori, toilette, oggetti, più originali e sfarzosi possibile. Per questo, se inizialmente si importavano le teiere cinesi con le forme tradizionali ispirate alla mitologia, in seguito si fecereo produrre in Cina teiere con materiali orientali ma disegno europeo, sempre meno funzionali e semplici, sempre più elaborate e a volte insolite.
La prima manifattura ceramica a nascere in Europa fu quella di Meissen, in Germania, dove si produceva porcellana dura secondo la formula scoperta dall’alchimista Johann Friedrich Bottger. In Italia la prima manifattura fu quella dei fratelli Vezzi (1720), mentre le più importanti si svilupparono a Capodimonte dal 1743 e a Doccia nel 1753 per opera rispettivamente del re Carlo di Borbone e del marchese Carlo Ginori. Via via che tale manifattura prendeva piede in occidente, la teiera divenne mezzo di espressione creativa per gli artigiani e le industrie, fino ai secoli più recenti in cui è stata oggetto di attenzione da parte di artisti e - in seguito - di designers che hanno creato oggetti bellissimi o insoliti coi materiali più disparati.
Negli stessi secoli, in Giappone, si sviluppava invece il concetto dell’oggetto da tè funzionale e simbolo di essenzialità, la cui bellezza sta nel legame con la tradizione e nel valore intrinseco di ogno oggetto: ecco allora manufatti di estrema semplicità e suggestione come le famose ceramiche raku.

E’ incredibile ma le domande, quelle serie, circostanziate, quelle che ti nascono dentro per capire che direzione prendere, sono come una catena senza fine: credi di avere trovato la soluzione ad una, almeno ad una, ed ecco che da quella risposta nascono altre domande ed altre ancora…
C’è chi non può rinunciare a porsi domande perchè vuole capire.
Ma ha un senso scavarsi dentro senza sosta? Meglio continuare ad analizzare sempre più a fondo col rischio di entrare in un labirinto senza fine, oppure vivere con leggerezza – no - con superficialità, lasciando che la pelle assorba problemi ed interrogativi?
Spesso si è detto che coloro che non si pongono domande vivono meglio, in una sorta di beata incoscienza: ma è proprio vero?
Oppure chi si pone delle domande riesce a vivere in modo più intenso emozioni e situazioni, proprio per questa sua profondità intellettiva e sensitiva?

Il tè parla una lingua universale, è l’unica bevanda al mondo che ha unito di fronte ad una tazza fumante le più disparate culture e tradizioni. Nel nostro immaginario associamo il suo consumo all’elaborato e suggestivo rito giapponese o all’elegante abitudine inglese dell’afternoon tea. Ma tante sono le sfumature che intercorrono tra queste due diversissime tradizioni.
In Tibet il tè è considerato un’offerta sacra ed è preparato ogni giorno mescolando il tè verde con latte di capra o burro di yak e sale; ne risulta un’alimento leggero ma energetico, l’unico che sostiene i monaci durante le interminabili sedute di meditazione e preghiera. Questa ricetta richiama l’usanza in voga in Cina durante la dinastia Tang (618-906): le foglie del tè venivano cotte a vapore, pestate e cotte con riso, zenzero, sale, scorza d’arancia, spezie e latte. Da questa antica ricetta deriva anche l’abitudine russa di aggiungere alla bevanda fettine d’arancia. Proprio la Russia è uno dei paesi in cui è più elevato il consumo di tè ed è qui che  si diffuse, nel  ‘700 - l’uso del samovar per avere sempre acqua calda pronta per preparare la bevanda.
Anche in India è sempre pronto il bollitore sul fuoco per preparare direttamente nel latte caldo una infusione molto energetica arricchita con spezie. Molto frequentemente nelle città del nord del paese si incontrano lungo i marciapiedi i veditori di tè (chayvalas): essi servono la bevanda in particolari tazzine di terracotta che subito dopo l’uso vengono gettate e rortte dagli stessi avventori, per impedire che individui di caste differenti bevano dalla stessa tazza.
In Afghanistan il tè viene servito  - dolcissimo - in teiere rotonde, simbolo della fecondità della terra e molto dolce si usa berlo anche in Egitto, Iran, Marocco e Turchia dove, al contrario di quanto si può credere, è molto più diffuso del caffè.
Nonostante l’importanza culturale, economica e sociale che riveste il tè nel mondo, in alcuni paesi orientali esso ha soprattutto un significato spirituale, filosofico e religioso. Importantissimo è il legame tra la religione buddhista ed il consumo di questa bevanda, ancora più rilevanti le connessioni con la filosofia zen. Tanto che la cerimonia del tè diviene un’evento di elevatissima valenza spirituale regolata da un complesso di regole chiamate chado, che sintetizzano questo sublime momento di bellezza e grazia in quattro termini: wa, armonia tra le persone e con la natura; kei, rispetto verso tutte le cose; sei, purezza; jaku, tranquillità dell’animo.

Tranquillo il paesaggio nella foto?
Beh non vi fate ingannare dalle apparenze perchè questo luogo bucolico detto “la fossa” e situato a Solla, Baviera, in inverno è teatro del più longevo ed estremo raduno motociclistico europeo.
Si chiama Elefantentreffen, il raduno degli Elefanti, perchè all’origine era dedicato ai sidecar.
Nel 2008 si svolgerà la 52esima edizione.

Noi, da motociclisti incoscienti quali siamo, non potevamo mancare.
Così nel gennaio 2006 abbiamo preso parte alla celebrata 50esima edizione del raduno che conta decine di migliaia di partecipanti.
Ecco il diario del viaggio che ci ha portato qui.

Giovedì 26 gennaio

Ore 16: dopo avere fatto ripetuti scongiuri – a Bologna la mattina nevicava – io e il mio pilota partiamo da Imola verso Padova dove abbiamo appuntamento con Andrea.
Inizialmente sembra che gli scongiuri abbiano funzionato… ma a Bologna scendono radi fiocchi che si trasformano in una nevicata decisa a Ferrara. Proseguiamo fino a Padova sotto la neve battente, avanzando lentamente, anche ai 40 all’ora. Intanto si è fatto buio e la situazione non è per niente piacevole.
A Padova ci fermiamo nell’area di servizio di Arimo Est dove abbiamo appuntamento con Andrea ma ci avverte di essere rimasto bloccato per la neve. Decidiamo di provare ad andare avanti almeno fino oltre Mestre dove, nell’emergenza, c’è un amico che ci può fare da supporto. Usciamo a Marcon dove la situazione è ancora peggiore perché le strade non sono state pulite e la TDM slitta che è un piacere (è un eufemismo ovviamente!). Così rientriamo in autostrada e andiamo ancora avanti. La nostra testardaggine ha la meglio perché oltre la circolazione è perfetta. Dopo un’altra sosta per cenare, finalmente alle 21.30 arriviamo all’agriturismo di Bagnara Arsa (UD) dove passeremo la notte. Abbiamo percorso 283 km in 6 ore e mezza!

Venerdì 27 gennaio

Ore 6.45: sveglia!
Purtroppo Andrea non sarà dei nostri perchè la circolazione a Padova è ancora difficle e non è riuscito a raggiungerci.
Alle 8.15 puntuale Saverio è all’agriturismo.
SI PARTE!
In autostrada i cartelli segnalano neve fino a Gemona; raggiungiamo Enzo a Udine Nord e proseguiamo verso l’area di sosta di Ledra Est dove attendiamo Maurizio, l’unico del gruppo che non è al suo primo Elefantentreffen.
Eccolo! Finalmente arriva anche lui e il viaggio vero comincia!
Le nuvole incombono ancora ma, arrivati in Austria, spunta uno splendido sole.
Il panorama delle montagne innevate sotto un cielo azzurro tersissimo è meraviglioso… un po’ meno il freddo che ci attanaglia…
Ma non si può avere tutto dalla vita!
Nonostante il paesaggio sia sommerso da una abbondante nevicata, le strade sono pulite e si viaggia che è un piacere.
Facciamo delle soste per la benzina e per scaldarci circa ogni 100 km e il viaggio fila liscio senza intoppi.
Tutto bene fino oltre Salisburgo dove lasciamo l’autostrada per la statale.
La necessità di uno spuntino e una pausa ci spinge dentro un paesino dove le strade non sono pulite.
E proprio su una di queste, coperta di ghiaccio, Enzo fa uno scivolone fortunatamente senza conseguenze.
Rimesso in piedi Enzo, ripartiamo alla ricerca di una gasthoff e dopo la pausa pranzo (in realtà più una “merenda” visto che sono già le 15.30) riprendiamo la strada verso la Germania.
La voglia di arrivare ci fa percorrere gli ultimi 150 km senza più nessuna sosta, ed ora il freddo comincia veramente a farsi sentire.
Arriviamo a Thurmaunsbang che ormai è buio e ci aspetta una sorpresina… tutte le strade del paese sono coperte da almeno 15 cm di neve ghiacciata sulla quale è impossibile circolare con le moto.
Io scendo e i piloti con cautela procedono mentre cerchiamo l’albergo.
Dopo avere vagato per il paese (io sempre a piedi), essersi persi e ritrovati, finalmente raggiungiamo l’agognato albergo!
Una doccia calda è la cura che ci vuole per recuperare…poi la cena e dopo subito a dormire!

Sabato 28 gennaio

Alle nove di mattina il termometro segna -9 e le selle delle TDM sono completamente ghiacciate: alcune moto non partono.
Inizia il balletto del “metti in moto coi cavi poi trattieni la moto giù per la discesa innevata”, “rito” che dovranno seguire le moto di Massimo e Saverio, mentre quelle di Enzo e Maurizio per fortuna partono subito ma vanno comunque portate giù con precauzione verso la strada principale.
Ora siamo pronti per dirigerci a Solla, nel luogo del mitico Elefantentreffen!
Il paesaggio che ci aspetta toglie il fiato: neve e sole a perdita d’occhio tra colline e casette pittoresche.
E’ davvero difficile descrivere lo spettacolo che ti trovi davanti all “fossa”:

strani soggetti e persone normali, motociclisti delle più disparate nazionalità ed età (c’erano spagnoli – tanti -, inglesi, tedeschi, cecoslovacchi, francesi, italiani) e con i più disparati mezzi (dalle moto normali a mezzi stranissimi, persino una carriola a motore!). Cerchiamo un posticino dove fermarci a mangiare i viveri che ci siamo portati dietro: i mitici generi di conforto di Enzo (salame e formaggio, grappa all’erba Luisa preparata dalla leggendaria Gina, sua moglie, di cui gustiamo anche i meravigliosi biscotti) e i panini che io con aria indifferente ho “grattato” dal buffet della colazione.
Fraternizziamo con dei tedeschi che stanno grigliando carne a go go di fronte ad una tenda munita persino della stufa (!!!!) e che ci prestano il loro tavolino da pic nic. Per ringraziarli gli offriamo un po’ del nostro cibo e del nostro vino con loro somma gioia. Proseguiamo poi l’esplorazione della “fossa” (mai nome è stato più indicato!) e i “miei” piloti si soffermano a guardare anche alcune delle strane gare che si svolgono su di un laghetto ghiacciato utilizzato come piccolo circuito: ci sono gare di moto che trainano sciatori e di sidecar, oppure tra auto modificate.

Poi decidiamo di tornare verso le moto ed in albergo dove – cottissimi – ci concediamo un “pisolino” rigenerante.
Il resto della serata trascorre piacevolmente tra chiacchiere e cena e con i piani per il giorno successivo.

Domenica 29 gennaio

Si torna a casa.
Dopo il consueto rito di “metti in moto coi cavi poi trattieni la moto giù per la discesa innevata”, partiamo e – capperi!!! – stavolta è davvero freddo!
Ancora bellissimi paesaggi sotto la neve ci accompagnano lungo il percorso che ci riserva qualche deviazione a causa dei navigatori “creativi”di Maurizio e Saverio.
Unici momenti insoliti la “simpatica” accoglienza di un benzinaio tedesco che doveva avere mangiato cachi acerbi e con cui Maurizio ha uno scambio di punti di vista (il benzinaio in tedesco, Maurizio in milanes), e la pausa in una gasthoff dove i coraggiosi piloti (io no!) assaggiano delle strane palline di crema fritte con in mezzo la marmellata che a quanto pare richiedono una lunga preparazione visto che per averle abbiamo aspettato un sacco di tempo!
Un viaggio piacevole e senza sorprese che concludiamo nell’area di sosta di Ledra Ovest dove salutiamo Maurizio che prosegue verso Aviano.
Ritorno all’agriturismo di Bagnara Arsa e poi appuntamento a casa di Saverio dove concludiamo la serata cenando assieme a Enzo e alle rispettive signore Luisa e Gina.

Epilogo…

Lunedì 30 gennaio

Ormai ci aspetta poca strada.
Con calma percorriamo le poche centinaia di km verso casa e… ironia della sorte… la pioggia ci sorprende nell’ultima ora di viaggio!
Abbiamo macinato più di 1500 km.
Non è stata così faticosa e fredda come pensavamo ma qualche momento “critico” l’abbiamo vissuto.
Il bilancio è sicuramente POSITIVO! (In realtà abbiamo avuto una gran fortuna!!!!!!!!!!!)

(Le foto sono di Enzo e Saverio

Comprensione.
Una parola che bisognerebbe stampare sulle magliette da distribuire ad ogni angolo di strada, che dovrebbe comparire in grandi cartelloni pubblicitari.
 
La comprensione è il segreto.
È lo strumento migliore per dare la giusta direzione al nostro rapporto con gli altri.
 
La comprensione intesa come immedesimarsi in chi ci sta di fronte – o almeno cercare di farlo – ma anche nel senso di porsi nei confronti altrui con un atteggiamento di apertura, non giudicando, perchè nessuno ha il diritto di farlo, ma assimilando ciò che di bello le altre persone ci possono dare.
 
Capire che siamo tutti diversi e la nostra sensibilità non è la stessa degli altri.
Capire che emozioni, sentimenti, azioni hanno mille e mille sfumature e ciascuno le percepisce ed intende a modo suo.
Accettare che il nostro punto di vista non deve essere per forza condiviso dagli altri.
 
Sarebbe tutto più facile così…

Il tè deve essere lavorato molto in fretta, affinchè non perda le sue peculiari caratteristiche; per questo ogni piantagione ha nei pressi la propria fabbrica. Dal fascino suggestivo dei tea gardens si piomba nel rumore delle macchine che tagliano o arrotolano le foglie, ma la delicata essenza della camelia si avverte anche qui, nel profumo intenso ed aromatico di mela verde caratteristico della fase dell’appassimento, e poi - durante la fermentazione e la cottura - l’inconfondibile aroma del tè che si espande su tutta la fabbrica e attorno ad essa. Ancora donne, addette alle macchine o al confezionamento, con mezzi artigianali o altamente industrializzati.
Il tè è una delle bevande più antiche del mondo, essendone stato documentato il consumo in Cina a partire dal 3000 a.C. circa.  Inizialmente la bevanda era usata come infuso curativo o tonificante e per prepararla venivano usate le foglie raccolte da piante selvatiche. Dal III sec. d.C., col diffondersi della coltivazione e del consumo del tè in tutto l’Oriente, si iniziò a lavorare il prodotto. Per secoli, comunque, l’unico tè utilizzato fu quello verde; bisogna attendere fino al XVII - XVIII secolo per trovare sul mercato gli oolongs e addirittura all’800 per il tè nero. Questi diversi metodi di lavorazione, rivestono un significato particolare perchè danno origine a tè con caratteristiche specifiche.
Il tè verde viene lavorato subito dopo la raccolta: se si utilizza il metodo giapponese, le foglie sono cotte a vapore per bloccare l’ossidazione, conservare intatte vitamine e minerali, e conferire un particolare sapore erbaceo. Se si utilizza il metodo cinese, invece, si scaldano le foglie - precedentemente fate appassire - a fiamma vivace. Poi, in entrambi i casi, le foglie sono arrotolate ed essiccate. Questa fase di lavorazione è molto importante  perchè favorisce alcune reazioni chimiche rendendo caratteristico l’aroma dell’infuso.
Anche nella lavorazione del tè nero le foglie vengono  fatte appassire, poi sono arrotolate con diversi metodi a seconda che si produca la qualità a foglia intera (leaf) o sminuzzata (broken). Il prodotto è così pronto per la fermentazione e la cottura.
si frantumano e giungono ad una leggera ossidazione. A questo punto le foglie vengono tostate a fuoco vivo o con getti di aria calda.
Sebbene molto importante, non è solo il tipo di lavorazione a conferire un particolare carattere ad ogni tipo di tè. Grande influenza hanno anche i luoghi dove la camelia viene coltivata: le condizioni climatiche ed ambientali dovute al tipo di terreno, all’altitudine, all’umidità, conferiscono qualità molto diverse al raccolto. Ciò avviene in particolare per il tè verde. Si pensi ad esempio al Gyokuro, che prima della raccolta viene coperto con stuoie per proteggere le piante dai raggi solari e far sì che aumenti la clorofilla nelle foglie, conferendo a questo tè particolari proprietà organoletiche.
Ma anche le caratteristische geografiche delle piantagioni hanno la loro importanza perchè la foglia della camelia, essendo molto porosa, assorbe i profumi del luogo di coltivazione. Come il Pi Lo Chun della regione dello Jangsu, coltivato in prossimità di pescheti che regalano all’infusione una deliziosa fragranza fiorita. O i tea gardens della regione di Anhui, nelle cui vicinanze crescono orchidee profumatissime il cui aroma si ritrova nell’infuso dei tea coltivati nella zona.
Altro elemento molto importante per la caratterizzazione del tè è il periodo di raccolta. I raccolti primaverili, o first flus, danno infusioni di ottima qualità, profumati, astringenti. E’ questo il periodo in cui gemmano le piante selvatiche, come quelle del raro tè di roccia che cresce in una zona impraticabile, raramente raggiunta dall’uomo, e viene raccolto - secondo la leggenda - da scimmie che i monaci hanno addestrato allo scopo. Il secondo periodo di raccolta, in estate, detto secon flus, offre tè di ottima qualità con gusto più maturo e rotondo. I raccolti autunnali, infine, che si effettuano in ottobre, danno infusioni più scure, corpose, con gusto più marcato.
Proprio la frequenza nei raccolti - ogni 15 giorni - e il fatto che  vengono prelevate dalla pianta solo le gemme e le ultime foglioline apicali, rende il tè uno dei prodotti meno inquinati che giungono sulle nostre tavole. Sicuramente molto meno di cibi come la frutta o l’insalata. Infatti il continuo ricambio degli apici  della pianta impedisce che vi si depositino fattori inquinanti. Inoltre il processo d’infusione a cui viene sottoposto il prodotto finito determina una notevole diluizione delle sostanze contenute nelle foglie e quindi anche delle possibili, rare, sostanze nocive.

Entrare nel castagneto è come aprire la porta di un mondo magico, antico.
Ti accoglie, ti avvolge, ti incanta; non esistono più riferimenti temporali precisi: è tutto ancora come cinquanta, cento, mille anni fa, quando gente solida e paziente ricavava da queste piante quasi tutto ciò di cui necessitava per vivere.
Nella quiete di un mondo a parte avverti suoni che credevi scomparsi e comprendi di non essere solo.
Dapprima ti danno il benvenuto le foglie che frusciano al vento; i castagni secchi risuonano del becchettare dei picchi che si lanciano richiami l’un l’altro segnando il proprio territorio; se presti attenzione, ti accorgi che ogni richiamo è diverso, così come il canto delle tante specie di uccelli che scelgono questi alberi per nidificare.
Gli animali selvatici raramente si fanno vedere, ma se ne avverte ugualmente la presenza: lo sguardo insistente dei gufi nascosti nel cavo dei tronchi che ti fissano interrogativi, gli aculei lasciati dall’istrice sul terreno, le tracce dei cinghiali che grufolano alla ricerca di radici che di notte, furtivi, si spingono fuori dalla fitta vegetazione; veloci apparizioni che non lasciano il tempo allo sguardo di coglierle appieno, quasi si fosse posato su evanescenti fantasmi.
Gli scoiattoli ed i caprioli sono meno schivi, si concedono alla vista dell’inconsueto visitatore: sostano per qualche attimo immobili, tremanti e furtivi; osservano l’intruso e lo studiano; poi scappano veloci verso tane sicure.
Man mano che ci si introduce nel castagneto, in punta di piedi, sottovoce, temendo quasi di disturbare, si avvertono i propri passi attutiti dal soffice tappeto di muschio che ricopre il sottobosco, perfetto e curato come un prato. Pare quasi che una mano invisibile lo ripulisca costantemente, spazzando via tutto ciò che ne può compromettere la semplice bellezza.
Il castagneto è da riscoprire continuamente perché ha qualcosa di speciale in ogni stagione, in ogni momento del giorno e della notte. La luce, i colori, i suoni, gli odori cambiano e ci accompagnano segnando via via i diversi periodi dell’anno. In primavera prevalgono i toni del verde: quello delicato delle gemme appena spuntate e quello più intenso delle foglie già fitte sui rami. L’effetto monocromatico è stemperato dal giallo tenue dei profumatissimi e delicati fiori del castagno.
L’estate, odorosa di funghi, muta le tonalità più vivide in sfumature, che lentamente scolorano fino al giallo e al marrone dell’autunno; anche il soffice muschio del sottobosco perde il suo verde accesso e diviene giallo ocra. Con l’arrivo di ottobre il castagneto si prepara a ricevere visite: tra la vegetazione echeggiano le voci dei raccoglitori giunti in gran numero, che si arrampicano temerari su tronchi altissimi o raccolgono dal suolo i frutti protetti dalla spinosa corazza.
Poi nebbie dell’inverno avvolgono il paesaggio e sfocano la tavolozza lieve dei colori, il bianco del legno, il verde ed il giallo dei muschi aggrappati a tronchi. Il castagneto si prepara al lungo riposo; solo il richiamo dei pochi animali rimasti, il crepitio dei rami disturbati dalla tormenta, il sibilare del libeccio tra le fronde spoglie interrompono a tratti il suo letargo.
Poi lentamente la vita torna a fluire, nuova linfa nutre i giovani germogli e la selva si risveglia al soffio leggero della primavera.
La luce che entra nel castagneto al mattino presto è fantastica, intensa, brillante: penetra tra i rami e pare voglia svegliare il bosco. Poi diviene soffusa, più fredda, e una leggera foschia l’accompagna.
La luce dell’estate è forte, potente; quella autunnale, più calda, si rifrange sulle foglie gialle divenendo dorata.
E’ il riverbero a giocare strani scherzi all’ospite?
Il tronco che fino a quel momento appariva immoto, ora viene toccato da un raggio di sole subito dissolto in una sottile nebbia. I contorni divengono vaghi e l’albero non è più ciò che sembrava. Il fusto contorto dalla scorza rugosa scioglie le sue membra intorpidite ed è un uomo centenario di queste montagne, piegato dalla fatica e dal sacrificio.
Tra i giovani, esili fusti e i vecchi tronchi contorti, robusti, imponenti, senti il respiro di ere passate, tornano alla mente i racconti dell’infanzia: sono questi gli stessi luoghi dove si riunivano furtive le streghe nei loro convegni notturni?
Quell’albero sembra una di loro, lasciata a guardia per secoli del luogo magico e misterioso; forse può raccontare la storia di qualche sua compagna, diabolica creatura padrona dell’arte di incantare o povera contadina ignorante e spaventata?
Chissà se qui, tra gli alberi centenari, qualcuna ha danzato vorticosamente fino alle prime luci dell’alba, o si è nascosta col cuore in gola per sfuggire a chi, nel delirio del potere, credeva di sostituirsi al Dio che diceva di rappresentare.
Certamente questi alberi conoscono vicende a lungo dimenticate.
La giovane e ingenua figlia del taglialegna: sua unica colpa fu quella di non concedersi all’infido individuo che per vendetta la denunciò. Strega!
La buona moglie del carbonaio, la cui troppa bellezza suscitò l’invidia delle maligne comari: corsero dalle autorità e inventarono falsi crimini. Strega!
La vecchia praticona curava bestie e cristiani con erbe e formule segrete: sbagliò un filtro d’amore e le fu fatale. Strega!
Accanto un ceppo minuto rivela le sue sembianze di folletto. Si anima, e a chi gli regala la pazienza dell’ascolto, racconta una fiaba antica. L’esile e liscio fusto, a pochi passi, è in realtà una dolce fanciulla prigioniera di un crudele incantesimo; il ramo più lungo, rivolto verso il grande tronco lì appresso, ne racchiude il braccio proteso a sfiorare l’amato cavaliere. Giunse da lontano per salvarla, dopo avere udito a quale triste destino era condannata, combatté con coraggio ma nulla poté la sua robusta spada contro le mille risorse della magia. Accanto alla sua diletta rimase intrappolato anch’egli in una prigione di legno e radici.
Il folletto impaziente vuole raccontare altre storie e ti sussurra malizioso i suoi segreti.
“Entra nel cavo di quel grande tronco” -  ti suggerisce impaziente. Lo assecondi e ti ritrovi in uno spazio che appare assai più grande di quanto sembrava all’esterno; volgi in alto lo sguardo che si perde su su e non scorge la fine: che luogo è mai questo?
Il folletto non risponde, ammicca, poi, incalzato, si limita a suggerire la risposta…
Cosa vedrai uscendo nuovamente alla luce?
Il bosco che avevi lasciato o una realtà diversa?
Non sono forse gli alberi porte per mondi magici e sconosciuti?
Al folletto si aggiungono altre voci, ciascuno vorrebbe attenzione e reclama per sé l’ascoltatore; si sciolgono silenzi millenari, si dipanano misteri, si ripercorrono esistenze….
Poi il coro tace e torni ad essere uomo del Duemila seduto al centro di un castagneto secolare.