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I folti boschi di castagni che coprono i crinali della Vallata del Santerno, costituiscono oltre che un pregio naturalistico anche un grande patrimonio culturale ed economico per le genti di quel territorio. Infatti, se oggi il marrone è uno dei prodotti più pregiati del nostro territorio, per molti secoli, la popolazione dell’Appennino basò la propria alimentazione quasi esclusivamente sulle castagne; proprio per questo il castagno veniva detto “albero del pane” e la castagna “pane dei poveri”. La sua coltivazione su larga scala ebbe inizio nel Medioevo, grazie alla contessa Matilde di Canossa che comprese quale grande sostegno essa sarebbe stata all’economia della montagna.
Questa pianta preziosa di cui si utilizza tutto, dai frutti al legno, può arrivare fino a 30 metri di altezza; ha il tronco grosso e la chioma tondeggiante con foglie larghe, lanceolate, con margini seghettati e nervature sporgenti. Il castagno si sviluppa molto lentamente e raggiunge il suo splendore vegetativo intorno ai 50 anni; per i primi frutti occorre attendere almeno 15 anni. Molte di queste pianti vivono oltre i mille anni,e invecchiando i tronchi assumono forme affascinanti, spesso antropomorfe che creano nel bosco un’atmosfera assai suggestiva.
La coltivazione del castagno non richiese particolari attenzioni: viene messo a dimora in primavera e la sua moltiplicazione è ottenuta attraverso polloni radicali o per innesto; durante la crescita sono sufficienti poche potature e l’asporto di rami secchi o malati.
Mentre oggi castagne e marroni vengono raccolti dal terreno quando i ricci maturi si aprono ed i frutti cadono giù, fino a qualche decennio fa si praticava la tecnica della sbattitura (”sbaddura”): la prima fase avveniva dopo ferragosto quando si eliminavano dal bosco con falce e accetta (”sterpadura”) rametti e sterpi che poi venivano bruciati. Il giorno di S. Michele si iniziava la sbattitura dei primi alberi durante la quale gli sbattitori (”sbaddur”) salivano sugli alti fusti aiutandosi con “e plek”, un’accetta a becco lungo utilizzata come artiglio e staggio; con pertiche di bambù che potevano arrivare fino ad otto metri battevano i rami facendo cadere a terra i ricci. Di sotto le raccoglitrici (”el cuidòri”) prendevano i ricci con delle molle di legno (”el murdècci”) e li mettevano nei cesti (”e gurbèl”). Poi svuotavano i loro cesti in uno molto più grande (”la crèna”), posato sopra due assi, che veniva trascinata o portata a spalla da un ragazzo fino alla ricciaia (”l’artzéra”). Quando questa era piena veniva ricoperta di rami e felci affinchè i ricci macerassero ed il tannino in essi contenuto, penetrando nella buccia dei marroni, li conservasse. Verso i primi di novembre si disfavano le ricciaie e si raccoglievano i marroni; i migliori venivano venduti al mercato, gli scarti venivano fatti essiccare e se ne ricavava la farina.
La castagna ed il marrone avevano un ruolo fondamentale nell’alimentazione delle genti della nostra montagna; si mangiavano bollite, abbrustolite, “affogate” nel vino, ma veniva utilizzata soprattutto la farina con cui si preparavano il castagnaccio e la polenta. Questa spesso per i lunghi mesi invernali costituiva una delle poche pietenze consumate, arricchita magari da ricotta e miele per dare nutrimento soprattutto ai bambini. Ma non ci si dimenticava della castagna anche nei giorni di festa quando le donne preparavano i golosi i “cappellacci” o tortelli di castagne.
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Entrare nel castagneto è come aprire la porta di un mondo magico, antico.
Ti accoglie, ti avvolge, ti incanta; non esistono più riferimenti temporali precisi: è tutto ancora come cinquanta, cento, mille anni fa, quando gente solida e paziente ricavava da queste piante quasi tutto ciò di cui necessitava per vivere.
Nella quiete di un mondo a parte avverti suoni che credevi scomparsi e comprendi di non essere solo.
Dapprima ti danno il benvenuto le foglie che frusciano al vento; i castagni secchi risuonano del becchettare dei picchi che si lanciano richiami l’un l’altro segnando il proprio territorio; se presti attenzione, ti accorgi che ogni richiamo è diverso, così come il canto delle tante specie di uccelli che scelgono questi alberi per nidificare.
Gli animali selvatici raramente si fanno vedere, ma se ne avverte ugualmente la presenza: lo sguardo insistente dei gufi nascosti nel cavo dei tronchi che ti fissano interrogativi, gli aculei lasciati dall’istrice sul terreno, le tracce dei cinghiali che grufolano alla ricerca di radici che di notte, furtivi, si spingono fuori dalla fitta vegetazione; veloci apparizioni che non lasciano il tempo allo sguardo di coglierle appieno, quasi si fosse posato su evanescenti fantasmi.
Gli scoiattoli ed i caprioli sono meno schivi, si concedono alla vista dell’inconsueto visitatore: sostano per qualche attimo immobili, tremanti e furtivi; osservano l’intruso e lo studiano; poi scappano veloci verso tane sicure.
Man mano che ci si introduce nel castagneto, in punta di piedi, sottovoce, temendo quasi di disturbare, si avvertono i propri passi attutiti dal soffice tappeto di muschio che ricopre il sottobosco, perfetto e curato come un prato. Pare quasi che una mano invisibile lo ripulisca costantemente, spazzando via tutto ciò che ne può compromettere la semplice bellezza.
Il castagneto è da riscoprire continuamente perché ha qualcosa di speciale in ogni stagione, in ogni momento del giorno e della notte. La luce, i colori, i suoni, gli odori cambiano e ci accompagnano segnando via via i diversi periodi dell’anno. In primavera prevalgono i toni del verde: quello delicato delle gemme appena spuntate e quello più intenso delle foglie già fitte sui rami. L’effetto monocromatico è stemperato dal giallo tenue dei profumatissimi e delicati fiori del castagno.
L’estate, odorosa di funghi, muta le tonalità più vivide in sfumature, che lentamente scolorano fino al giallo e al marrone dell’autunno; anche il soffice muschio del sottobosco perde il suo verde accesso e diviene giallo ocra. Con l’arrivo di ottobre il castagneto si prepara a ricevere visite: tra la vegetazione echeggiano le voci dei raccoglitori giunti in gran numero, che si arrampicano temerari su tronchi altissimi o raccolgono dal suolo i frutti protetti dalla spinosa corazza.
Poi nebbie dell’inverno avvolgono il paesaggio e sfocano la tavolozza lieve dei colori, il bianco del legno, il verde ed il giallo dei muschi aggrappati a tronchi. Il castagneto si prepara al lungo riposo; solo il richiamo dei pochi animali rimasti, il crepitio dei rami disturbati dalla tormenta, il sibilare del libeccio tra le fronde spoglie interrompono a tratti il suo letargo.
Poi lentamente la vita torna a fluire, nuova linfa nutre i giovani germogli e la selva si risveglia al soffio leggero della primavera.
La luce che entra nel castagneto al mattino presto è fantastica, intensa, brillante: penetra tra i rami e pare voglia svegliare il bosco. Poi diviene soffusa, più fredda, e una leggera foschia l’accompagna.
La luce dell’estate è forte, potente; quella autunnale, più calda, si rifrange sulle foglie gialle divenendo dorata.
E’ il riverbero a giocare strani scherzi all’ospite?
Il tronco che fino a quel momento appariva immoto, ora viene toccato da un raggio di sole subito dissolto in una sottile nebbia. I contorni divengono vaghi e l’albero non è più ciò che sembrava. Il fusto contorto dalla scorza rugosa scioglie le sue membra intorpidite ed è un uomo centenario di queste montagne, piegato dalla fatica e dal sacrificio.
Tra i giovani, esili fusti e i vecchi tronchi contorti, robusti, imponenti, senti il respiro di ere passate, tornano alla mente i racconti dell’infanzia: sono questi gli stessi luoghi dove si riunivano furtive le streghe nei loro convegni notturni?
Quell’albero sembra una di loro, lasciata a guardia per secoli del luogo magico e misterioso; forse può raccontare la storia di qualche sua compagna, diabolica creatura padrona dell’arte di incantare o povera contadina ignorante e spaventata?
Chissà se qui, tra gli alberi centenari, qualcuna ha danzato vorticosamente fino alle prime luci dell’alba, o si è nascosta col cuore in gola per sfuggire a chi, nel delirio del potere, credeva di sostituirsi al Dio che diceva di rappresentare.
Certamente questi alberi conoscono vicende a lungo dimenticate.
La giovane e ingenua figlia del taglialegna: sua unica colpa fu quella di non concedersi all’infido individuo che per vendetta la denunciò. Strega!
La buona moglie del carbonaio, la cui troppa bellezza suscitò l’invidia delle maligne comari: corsero dalle autorità e inventarono falsi crimini. Strega!
La vecchia praticona curava bestie e cristiani con erbe e formule segrete: sbagliò un filtro d’amore e le fu fatale. Strega!
Accanto un ceppo minuto rivela le sue sembianze di folletto. Si anima, e a chi gli regala la pazienza dell’ascolto, racconta una fiaba antica. L’esile e liscio fusto, a pochi passi, è in realtà una dolce fanciulla prigioniera di un crudele incantesimo; il ramo più lungo, rivolto verso il grande tronco lì appresso, ne racchiude il braccio proteso a sfiorare l’amato cavaliere. Giunse da lontano per salvarla, dopo avere udito a quale triste destino era condannata, combatté con coraggio ma nulla poté la sua robusta spada contro le mille risorse della magia. Accanto alla sua diletta rimase intrappolato anch’egli in una prigione di legno e radici.
Il folletto impaziente vuole raccontare altre storie e ti sussurra malizioso i suoi segreti.
“Entra nel cavo di quel grande tronco” - ti suggerisce impaziente. Lo assecondi e ti ritrovi in uno spazio che appare assai più grande di quanto sembrava all’esterno; volgi in alto lo sguardo che si perde su su e non scorge la fine: che luogo è mai questo?
Il folletto non risponde, ammicca, poi, incalzato, si limita a suggerire la risposta…
Cosa vedrai uscendo nuovamente alla luce?
Il bosco che avevi lasciato o una realtà diversa?
Non sono forse gli alberi porte per mondi magici e sconosciuti?
Al folletto si aggiungono altre voci, ciascuno vorrebbe attenzione e reclama per sé l’ascoltatore; si sciolgono silenzi millenari, si dipanano misteri, si ripercorrono esistenze….
Poi il coro tace e torni ad essere uomo del Duemila seduto al centro di un castagneto secolare.

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