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E’ soffuso da un poesia impalpabile ed avvincente fino all’ultima riga questo romanzo da leggere tutto d’un fiato.

Racconta la storia di Daniel che una mattina del 1945 visitando col padre il Cimitero dei Libri Dimenticati - un luogo in cui migliaia di libri di cui il tempo ha cancellato il ricordo  vengono sottratti all’oblio - entra in possesso del libro “maledetto” che cambierà il corso della sua vita, in una Barcellona a cavallo tra gli ultimi splendori del Modernismo e la cupezza del dopoguerra.

Per ottenere un ottimo tè occorre seguire alcune semplici regole, differenti per quello sfuso e quello in bustina. Se si sceglie il tè sfuso,  innanzitutto è consigliabile usare due teiere, una per l’infusione e una per servire la bevanda; la prima teiera dovrebbe avere un certo spessore ed essere di porcellana, al fine di mantenere a lungo il calore. La seconda teiera dovrebbe essere in vetro per esaltarne il colore e portare il liquido alla temperatura giusta di servizio. Ecco come procedere nella preparazione: preriscaldare la prima teiera aggiungendo acqua bollente, poi gettarla via. Mettere nella teiera la dose di foglie secondo la qualità di tè usato, generalmente 2 o 3 grammi a persona. Versare acqua calda  sulle foglie alla temperatura suggerita per ogni infuso (solitamente tè verdi 60-80°, oolong 80-90°, tè neri 85-95°). E’ consigliabile usare acqua minerale con basso contenuto di calcio. Il tempo di infusione  è determinato dalla qualità del tè, in genere per i tè verdi 2 o 3 minuti, per i neri fino a 5 minuti. Terminato il tempo di infusione, filtrare con un colino molto fine mentre si versa nella seconda teiera.
Il tè in bustina è adatto per preparare un tè in tazza, oppure per molte persone. La bustina infatti permette una preparazione veloce, è comoda da estrarre e non richiede l’operazione di filtratura. Comunque la preparazione, per una buona riuscita, richiede la stessa abilità necessaria per il tè sfuso; occorre inoltre ricordare che il tempo di infusione deve essere minore, poichè le foglie sminuzzate permettono una più veloce fuoriuscita delle proprietà del tè.

(Dalla quarta di copertina) “Meggie adora i libri, come suo padre, Mo. Sarebbe felice di vivere finalmente tranquilla nella loro casa, ma un giorno uno straniero bussa alla loro porta e ancora una volta, come tante in passato, Mo inizia a fare i bagagli. Devono fuggire, nascondersi. Ma da cosa? Da chi? Presto il segreto sarà svelato: Mo, che con la voce ha la straordinaria capacità di infondere la vita nei libri, in una notte crudele osò leggere un libro arcano, Cuore d’Inchiostro, e un malvagio signore dal cuore nero, Capricorno, si liberò dai lacci delle parole per materializzarsi nel suo salotto. In quell’attimo fatale accadde anche qualcosa di più grave: la moglie di Mo scomparve per sempre tra le pagine del libro. Ora lo spietato capricorno cerca Mo lingua di fata per piegare il suo dono a perfidi scopi. Meggie si trova trascinata in un turbine di vicende in cui l’immaginazione diventa realtà…”

L’hanno definita la risposta tedesca a Harry Potter e sicuramente Cornelia Funke non ha niente da invidiare alla collega britannica.
Ho amato moltissimo le storie del maghetto, ma Cuore d’inchiostro ha una marcia in più: sarà per i caratteri dei personaggi delineati in modo più intimo, sarà perchè in questa storia i protagonisti sono persone che amano i libri, o per l’ironia che scorre parallelamente ai colpi di scena. O semplicemente è quel certo non so che, impossibile da definire, che avvolge tutto di una particolare magia e ti impedisce di chiudere il libro e spegnere la luce.

I folti boschi di castagni che coprono i crinali della Vallata del Santerno, costituiscono oltre che un pregio naturalistico anche un grande patrimonio culturale ed economico per le genti di quel territorio. Infatti, se oggi il marrone è uno dei prodotti più pregiati del nostro territorio, per molti secoli, la popolazione dell’Appennino basò la propria alimentazione quasi esclusivamente sulle castagne; proprio per questo il castagno veniva detto “albero del pane” e la castagna “pane dei poveri”. La sua coltivazione su larga scala ebbe inizio nel Medioevo, grazie alla contessa Matilde di Canossa che comprese quale grande sostegno essa sarebbe stata all’economia della montagna.
Questa pianta preziosa di cui si utilizza tutto, dai frutti al legno, può arrivare fino a 30 metri di altezza; ha il tronco grosso e la chioma tondeggiante con foglie larghe, lanceolate, con margini seghettati e nervature sporgenti. Il castagno si sviluppa molto lentamente e raggiunge il suo splendore vegetativo intorno ai 50 anni; per i primi frutti occorre attendere almeno 15 anni. Molte di queste pianti vivono oltre i mille anni,e invecchiando i tronchi assumono forme affascinanti, spesso antropomorfe che creano nel bosco un’atmosfera assai suggestiva.
La coltivazione del castagno non richiese particolari attenzioni: viene messo a dimora in primavera e la sua moltiplicazione è ottenuta attraverso polloni radicali o per innesto; durante la crescita sono sufficienti poche potature e l’asporto di rami secchi o malati.
Mentre oggi castagne e marroni vengono raccolti dal terreno quando i ricci maturi si aprono ed i frutti cadono giù, fino a qualche decennio fa si praticava la tecnica della sbattitura (”sbaddura”): la prima fase avveniva dopo ferragosto quando si eliminavano dal bosco con falce e accetta (”sterpadura”) rametti e sterpi che poi venivano bruciati. Il giorno di S. Michele si iniziava la sbattitura dei primi alberi durante la quale gli sbattitori (”sbaddur”) salivano sugli alti fusti aiutandosi con “e plek”, un’accetta a becco lungo utilizzata come artiglio e staggio; con pertiche di bambù che potevano arrivare fino ad otto metri battevano i rami facendo cadere a terra i ricci. Di sotto le raccoglitrici (”el  cuidòri”) prendevano i ricci con delle molle di legno (”el murdècci”) e li mettevano nei cesti (”e gurbèl”). Poi svuotavano i loro cesti in uno molto più grande (”la crèna”), posato sopra due assi, che veniva trascinata o portata a spalla da un ragazzo fino alla ricciaia (”l’artzéra”). Quando questa era piena veniva ricoperta di rami e felci affinchè i ricci macerassero ed il tannino in essi contenuto, penetrando nella buccia dei marroni, li conservasse. Verso i primi di novembre si disfavano le ricciaie e si raccoglievano i marroni; i migliori venivano venduti al mercato, gli scarti venivano fatti essiccare e se ne ricavava la farina.
La castagna ed il marrone avevano un ruolo fondamentale nell’alimentazione delle genti della nostra montagna; si mangiavano bollite, abbrustolite, “affogate” nel vino, ma veniva utilizzata soprattutto la farina con cui si preparavano il castagnaccio e la polenta. Questa spesso per i lunghi mesi invernali costituiva una delle poche pietenze consumate, arricchita magari da ricotta e miele per dare nutrimento soprattutto ai bambini. Ma non ci si dimenticava della castagna anche nei giorni di festa quando le donne preparavano i golosi i “cappellacci” o tortelli di castagne.

 
“Ovunque sarai e qualunque cosa stia accadendo nella tua vita, tutte le volte che ci sarà la luna piena tu cercala nel cielo…”

Così scrive Savannah a John per esorcizzare la distanza resa ancora più grande, oltre che dall’oceano che li divideva, anche dalla professione di lui, un militare, che lo portava lontano. Ma presto non sarà più la distanza geografica ad allontanarli, bensì semplicemente gli eventi della vita. E il fatto che - crescendo -  si cambia.
Ma l’amore, quello vero, quello grande, resta. E può portare a scelte drastiche come quella che prenderà John per assicurarsi la felità di Savannah.

Una poetica storia d’amore dei giorni nostri, delicata e commovente.

E’ naturale che un fenomeno storico e culturale come quello del tè (di questo in fin dei conti si tratta) abbia generato tutta una serie di oggetti ed attrezzi usati per la preparazione della bevanda. Fra tutti troneggia sua maestà la teiera. Il tè procede di pari passo con la storia dell’umanità: nel periodo in cui se ne diffuse l’uso il materiale più utilizzato per la cottura ed il consumo dei cibi era la creta, la terracotta. Nei primi secoli si utilizzavano solo pesanti ciotole, poi, con l’abitudine di preparare il tè in infusione, si rese necessario un’oggetto che contenesse la bevanda mantenendola calda a lungo. Nacquero così , verso il 1500, in Cina e successivamente in Giappone, le prime teiere e le prime ceramiche. In particolare si sviluppò una fiorente industria nella città cinese di Yixing, dove venivano prodotte le famose teiere di sabbia porpora (zisha) dal caratteristico colore rosso - marrone o verde; ancora oggi gli intenditori ritengono tali oggetti i migliori per l’infusione della bevanda poichè ne esaltano l’aroma.
Le prime teiere di porcellana dura giunsero in Europa, importate dagli olandesi, all’inizio del XVII sec. e costituirono una grande novità; prima si usavano, infatti, quasi esclusivamente boccali di peltro.
Fu solo nel 1670 che gli artigiani olandesi riuscirono a realizzare del vasellame simile, per materiali a quello orientale, ma non ancora resistente al calore come la porcellana cinese. Successivamente i ceramisti olandesi Elers importarono i loro prodotti in Inghilterra dando vita alla tradizione della  ceramica britannica.
In Occidente il consumo di tè aveva sì preso piede in ogni classe sociale, ma costituiva comunque uno status symbol dei ceti più elevati che ne facevano un’occasione mondana di sfoggio di accessori, toilette, oggetti, più originali e sfarzosi possibile. Per questo, se inizialmente si importavano le teiere cinesi con le forme tradizionali ispirate alla mitologia, in seguito si fecereo produrre in Cina teiere con materiali orientali ma disegno europeo, sempre meno funzionali e semplici, sempre più elaborate e a volte insolite.
La prima manifattura ceramica a nascere in Europa fu quella di Meissen, in Germania, dove si produceva porcellana dura secondo la formula scoperta dall’alchimista Johann Friedrich Bottger. In Italia la prima manifattura fu quella dei fratelli Vezzi (1720), mentre le più importanti si svilupparono a Capodimonte dal 1743 e a Doccia nel 1753 per opera rispettivamente del re Carlo di Borbone e del marchese Carlo Ginori. Via via che tale manifattura prendeva piede in occidente, la teiera divenne mezzo di espressione creativa per gli artigiani e le industrie, fino ai secoli più recenti in cui è stata oggetto di attenzione da parte di artisti e - in seguito - di designers che hanno creato oggetti bellissimi o insoliti coi materiali più disparati.
Negli stessi secoli, in Giappone, si sviluppava invece il concetto dell’oggetto da tè funzionale e simbolo di essenzialità, la cui bellezza sta nel legame con la tradizione e nel valore intrinseco di ogno oggetto: ecco allora manufatti di estrema semplicità e suggestione come le famose ceramiche raku.

E’ incredibile ma le domande, quelle serie, circostanziate, quelle che ti nascono dentro per capire che direzione prendere, sono come una catena senza fine: credi di avere trovato la soluzione ad una, almeno ad una, ed ecco che da quella risposta nascono altre domande ed altre ancora…
C’è chi non può rinunciare a porsi domande perchè vuole capire.
Ma ha un senso scavarsi dentro senza sosta? Meglio continuare ad analizzare sempre più a fondo col rischio di entrare in un labirinto senza fine, oppure vivere con leggerezza – no - con superficialità, lasciando che la pelle assorba problemi ed interrogativi?
Spesso si è detto che coloro che non si pongono domande vivono meglio, in una sorta di beata incoscienza: ma è proprio vero?
Oppure chi si pone delle domande riesce a vivere in modo più intenso emozioni e situazioni, proprio per questa sua profondità intellettiva e sensitiva?